martedì 27 gennaio 2009

sabato 17 gennaio 2009

American Rap

giovedì 15 gennaio 2009

Club Russo - il gusto pieno di Djibuti.

Sanaa non è una città particolarmente nota per la sua vita notturna. In linea di massima le strade sono già deserte alle 11.00 di sera, non ci sono locali o bar dove andare, e il divieto di vendere e consumare bevande alcooliche non fa che contribuire al generale clima di austerità.
Per tutte queste ragioni gli stranieri che vogliono bersi una birra, o concedersi un po' di svago, si rifugiano in quella che qui chiamano la "città turistica", dove si possono trovare ristoranti e locali che vendono bevande alcooliche.
La sera di Capodanno, per mantenere un qualche contatto con le nostre origini italiane, e quindi di gente avvezza all'alcool, avevamo deciso di festeggiare proprio nella città turistica, ad un fantomatico "club russo" di cui avevo sentito parlare.
L'ingresso della "città turistica" consiste in un paio di posti di blocco, con protezioni in cemento e militari armati, che garantiscono l'incolumità degli stranieri da eventuali yemeniti male intenzionati.
Bisogna tenere presente che lo Yemen è un Paese molto conservatore, ed in generale il consumo di alcool è tenuto in pessima considerazione...
Le guardie ci controllano attraverso i finestrini del taxi, aprono il baule per sincerarsi che non portiamo bombe, razzi o tritolo, e ci fanno passare. Superati i cancelli il taxi percorre delle stradine su cui si affacciano a destra e a sinistra dei palazzetti prefabbricati che hanno più l'aria di essere abitazioni che locali. Ci fermiamo nei pressi del "club russo". All'esterno c'è un recinto, su cui si apre un piccolo cancello guardato da un personaggio incredibile: "Faccia di merda", come lo ha definito qualcuno, mi sembra una definizione azzeccata. Sembra uscito direttamente da un film di gangster tipo "gli intoccabili" , oppure da "Anche gli angeli mangiano fagioli" con Giuliano Gemma e Bud Spencer. E' un tizio di media statura, non enorme per essere un buttafuori, che indossa sempre lo stesso maglione di lana marrone e un baschetto di pelle nera un po' inclinato sul capo. E' scuro, probabilmente del posto, in mezzo alla faccia campeggia un naso arrogante e storto che lo fa somigliare ad un pugile suonato. Tra le labbra carnose e un po' pendule tiene sempre uno stuzzicadenti. Ti guarda con i suoi occhi annebbiati e biascica qualcosa mentre gli allunghi i mille riyal necessari per entrare. Dietro di lui un altro personaggio, più anonimo, ha provveduto a perquisirci in caso volessimo sparare a qualcuno. Ah, ho dimenticato di dire che le donne entrano gratis...
Entriamo che mancano pochi minuti alla mezzanotte. La prima impressione è quella del tipico locale dove se guardi uno ti arriva una coltellata. Mi dirigo verso il bancone e noto subito un cartello che recita: "In God we trust. Others pay cash". Arriva a servirmi una donna, presumibilmente russa, e le chiedo una birra per la "modica" cifra di ottocento riyal (circa tre euro per una Heineken in lattina). Il locale è pieno, gente di tutte le razze sta seduta ai tavoli a bere e fumare sotto delle tristissime luci rosse che costituiscono la sola fonte di luce, se si esclude la "pista", uno spazio appena sufficiente, con palo per la lap dance in mezzo, per chi desidera lanciarsi in balli mozzafiato su hit di vent'anni fa. Il bartender annuncia il conto alla rovescia: tre, due, uno...Buon anno! Per aggiungere pathos inizia a smanettare con una luce del palco, e parte "I will survive" di Gloria Gaynor. Segue "keep your hat on" di Joe Cocker"... Gli avventori sono scalmanati, chi si lancia in impressionanti acrobazie di break dance, chi si cimenta in balli più convenzionali, chi preferisce la compagnia di alcune simpatiche donne di colore che vivacizzano l'atmosfera del locale. Nella penombra noto un tizio che ho soprannominato "il mercante d'armi". Un nero enorme, in giacca e cravatta, con una pancia che metteva a dura prova i bottoni della camicia. Il suo tavolo era letteralmente circondato di prostitute, a cui offriva da bere e alle quali chiedeva in cambio qualche palpata di culo.
Mi metto a contare i soldi per prendere un drink, quando sento una pressione contro il braccio sinistro, mi accorgo che una delle puttane che stavano al bancone a guardarci si è avvicinata, probabilmente pensando che volessi qualche servizio... appena me ne rendo conto scoppio a ridere insieme agli altri. Lei capisce e se ne va.
In realtà il posto è molto variamente frequentato, c'è gente delle ambasciate, studenti, gente ricca, più o meno squattrinata, professori a vario titolo, filibustieri, piantagrane, papponi, puttane e ruffiani. Ballando è possibile rimorchiare una troia o più semplicemente conoscere qualcuno che ti lascia il suo biglietto da visita perchè magari gestisce un albergo o un'agenzia di viaggi. Il tutto in un amalgama che in fondo fa piacere vedere perchè ha tutti i colori della vita e sa di porto di mare.
Il mercoledì, che qui è prefestivo, l'entrata costa meno, e il "club russo" è un po' meno frequentato. Le prostitute se ne stanno sedute ai tavoli, fumando sigarette con aria annoiata, lo sguardo un po' blasé mentre adocchiano i potenziali clienti. Bicchiere sempre in mano, sorseggiano qualche ottimo superalcoolico proveniente da Djibuti, per cui la definizione di "veleno" mi pare appropriata. Dallo stereo provengono sempre le stesse vecchie canzoni, (non è che a Capodanno la playlist fosse diversa), una delle ragazze si alza, prende per mano un'amica, e le due si lanciano sulla pista muovendosi sinuosamente, sotto gli occhi famelici di qualche pollo da spennare.

Tregua?

Mi limito a pubblicare questo link per chi ancora sostiene che Hamas avrebbe violato la tregua, che invece scadeva ufficialmente il 19 dicembre 2008, ed è convinto che nella cosiddetta "tregua" non ci siano state violenze da parte israeliana.
Riporto anche uno stralcio da Micromega:
[...] mentre quotidiani e telegiornali hanno addebitato la responsabilità della fine della tregua ad Hamas, si è omesso di dire che il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi: tregua peraltro non rispettata da Israele che dalla firma dell’accordo aveva ucciso 25 palestinesi.

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6838

martedì 13 gennaio 2009

La guerra delle parole

In questi giorni gli occhi dell'opinione pubblica mondiale sono puntati su Gaza e sulle ennesime violenze che insanguinano la terra di Israele/Palestina.
Fiumi di parole scritte, interventi ONU, commenti da parte di politici di giornalisti e così via, il solito circo mediatico, con punte surreali quali le accuse di Israele verso il cardinal Martino. Da "La Repubblica" dell'otto gennaio 2009: "«Gaza somiglia sempre più ad un campo di concentramento», accusa il cardinal Renato Raffaele Martino. Quel porporato «parla come Hamas», replica a stretto giro lo Stato ebraico."
Mi ha rammaricato il fatto che Marco Travaglio, forse il giornalista più importante di questi anni in Italia, abbia sottovalutato il significato delle violenze che Israele sta perpetrando ai danni della popolazione di Gaza dicendo che “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”
Per quanto mi riguarda non amo mai parlare della cosiddetta "questione palestinese", perchè ci si perde inevitabilmente in una cronologia complicatissima di risoluzioni ONU e patti vari che di solito non fa altro che confondere le idee; perciò cercherò di evitare simili argomentazioni e, cercando di essere il più equanime possibile, dare una visione "umana" della faccenda. Perchè il problema quando si parla di Israele è sempre lo stesso. Come ebbe a dire il compianto Edward Said, non si capisce perchè di fronte ad altri casi di oppressione, come fu per l'apartheid in sudafrica, si sia riusciti a creare un consenso mondiale a favore degli oppressi, mentre per la Palestina non ci si riesce.
Qualcuno sostiene che l'attacco isareliano sia dovuto alla violazione di una tregua tra le parti da parte di Hamas, col lancio di razzi qassam contro lo stato ebraico.
Ma io vorrei riflettere su questo: si può parlare di "stati di tregua" nel momento in cui c'è un popolo che vive sotto il controllo militare di uno Stato confinante? Quando questo popolo occupa un territorio diviso, frazionato, attraversato da muri di cemento con filo spinato e guardie armate, con torrette di avvistamento, con blocchi stradali, dove per potersi spostare da un posto all'altro servono permessi militari (all'interno del proprio Paese!!!). Quando un popolo vive sotto la minaccia di non trovare mai più casa propria? (Visto che il governo israeliano non fa niente per bloccare nuovi coloni che letteralmente "erodono" il territorio Palestinese a forza di Bulldozer e costruendo nuove case?) Una terra la cui acqua viene sistematicamente deviata da Israele, e quella poca che rimane viene intenzionalmente avvelenata dalle industrie dello Stato Ebraico? Una terra dove agli uomini viene tolto il diritto di pregare, perchè le moschee vengono distrutte assieme alle case, dove non hanno il diritto di studiare, perchè le scuole vengono distrutte assieme alle moschee e alle case, dove sistematicamente si cerca di annientare qualsiasi forma di civiltà? Certo, Hamas è un movimento di stampo terroristico, e se andate a leggervi il manifesto di Hamas scoprirete che è loro ferma intenzione "cancellare lo Stato ebraico", il che, ovviamente, è un proposito violento e lesivo della vita umana. Ma come ha dichiarato l'ex ministro degli esteri Massimo d'Alema:
«Guerra contro Hamas è un'espressione partigiana dell'esercito israeliano. Si tratta di una vera e propria spedizione punitiva dove sono stati uccisi già circa 300 bambini. Come si combatte il fondamentalismo? Con il massacro di bambini il fondamentalismo si rafforza». Certo Hamas ottiene molti consensi sia presso i Palestinesi che presso buona parte dell'opinione pubblica araba. Sono di rimasto di stucco quando il mio amico Francesco, parlando con Zeyd al-faqih, uno scrittore Yemenita, alla domanda sul perchè gli arabi appoggiano i Palestinesi solo in quanto correligionari e non per ragioni umanitarie e sociali, si è sentito rispondere che ciò avviene perchè l'Islam contempla l'idea del Jihad. Per tanto l'Islam è il veicolo di mobilitazione più potente a disposizione degli arabi musulmani che appoggiano la causa palestinese. Purtroppo la questione è soggetta a continue distorsioni e manipolazioni in senso politico e religioso che non fanno che intessere una rete di relazioni ideologiche attorno alla vita di civili massacrati. Perchè diciamo anche che il grado di legittimazione dei governi arabi è basso o nullo, e gli fa comodo indirizzare il malcontento arabo contro il nemico sionista. Qui in Yemen è successo che alcune persone siano rimaste avvelenate per aver masticato del qat di pessima qualità, e qualcuno ha messo in giro la voce che si trattasse di qat israeliano mandato apposta per avvelenare gli yemeniti.
E intanto a Gaza si muore. Sotto il fosforo bianco, se possibile.
Tutte le informazioni possibili e immaginabili sulla faccenda si possono trovare in qualsiasi giornale, o libro, e non c'è bisogno di essere un cronista di guerra per sapere cosa succede davvero in Medio Oriente.
Ma soprattutto, non abbiamo forse il dovere, come singoli, di mettere da parte ogni pregiudizio, e renderci conto che le dichiarazioni del governo israeliano sono perfettamente omologhe a quelle di Hamas?
La realtà è sotto gli occhi di tutti, eppure, cosa ci impedisce di vedere?



domenica 11 gennaio 2009

Yawm al qiyama

Nel nome di Dio clemente e misericordioso, il clemente misericordioso Signore dei mondi, di fronte a Te ci prostriamo e a Te chiediamo aiuto. Mostraci la retta via, la via che hai rivelato a coloro coi quali non Sei adirato. A coloro, e non a chi devia.

Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di Me.

Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.

Oggi è stato il “giorno della rabbia”. In tutto lo Yemen si sono svolte manifestazioni per ricordare i martiri di Gaza.
Sotto la finestra di casa nostra scorreva il corteo dei manifestanti scandendo il motto: “birruh, biddam, nafdika ya Saddam” (Con l’anima, col sangue, ti vendicheremo Saddam) chi teneva cartelli e striscioni, chi bandiere di Hamas o di Hezbollah, chi impugnava razzi qassam di cartone.
La manifestazione si è protratta a lungo ed alcuni manifestanti continuano a passare sotto casa anche adesso, che sono le sei di sera.
Ad ora di pranzo scendiamo per andare a mangiare una “fahsa”, keffiyya sulla testa ci inoltriamo in mezzo alla folla.
La città era in fermento, tutti i locali pieni di gente che indossava sulla fronte fascette di Hamas con la scritta “non v’è divinità all’infuori di Dio e Muhammad è il suo profeta” In un ristorante vediamo un gruppo di sfortunati turisti, presumibilmente del Nord Europa, in difficoltà in mezzo alla folla di gente eccitata dall’evento. Per strada un uomo con un passamontagna e una divisa militare si fa fotografare in groppa ad un cavallo, mitra in mano.
Il clima mi sembrava di festa, piuttosto che di protesta, con gente ferma sui marciapiedi a sorseggiare un tè, mentre osservava le jeep cariche di uomini che scandivano slogan. A piazza Bab al Sabah bambini correvano da un chiosco all’altro, tenendo in mano poster con una fotografia delle vittime della “striscia”, il nome Gaza scritto a lettere cubitali grondanti sangue.
Lungo la strada, resa inagibile dalla folla, tanto che bisognava camminare rasente i muri, era impossibile trovare un taxi. A quel punto è arrivato Neshwan col suo “dabab” (sorta di pulmino a sette posti). Neshwan è un ragazzo yemenita, completamente schizzato e coi capelli sparati, col chiodo della musica Techno, Trance, House, Hard Core, ma soprattutto dello Hard Style. Quando saliamo comincia a mettere cassette Hard Core cantando a memoria tutti i fraseggi di synth. A un certo punto comincia a dire : - i denti, i denti! Serrando gli incisivi ed emettendo dei suoni soffocati, mentre con un dito si colpisce la gola dicendo : - questo è hard style! Questo è hard style!
Il suo dabab, a differenza della maggior parte degli altri, può dirsi pulito. I sedili conservano il loro rivestimento in simil-velluto infiorato e all’interno dell’abitacolo sono montati due diffusori da paura che reggono egregiamente lo stereo a volumi da stadio.
Neshwan ci accompagna ad un ristorante per mangiare con noi, a quanto pare gli stiamo simpatici. Quando deve frenare per via di una coda o di un vigile lo fa in modo da far sobbalzare il pullman a ritmo di musica:
- “Vita narcotica”, la conosci?
- Eh…no.
- Come no??? L’artista è italiano, è importantissimo, come no??? Questo pezzo invece si chiama “Cosmic Gates”! Sai com’è in arabo?
- Abwab Kawniyya!
- Bravo!!! – e scoppia in una fragorosa risata.
- Io sono convinto – continua – che la gente del mondo parla tutta la stessa lingua! In inglese helicopter, in arabo helikubter, in italiano?
- Elicottero…
- Vedi? Tutti la stessa lingua!
Quando il dabab di Neshwan attraversa le stradine della città vecchia come della città nuova, la gente lo riconosce per il volume di quella musica allucinante che probabilmente è l’unico in tutto lo Yemen a conoscere ed apprezzare. I passanti si girano al nostro passaggio facendo ampi saluti con la mano e sorridendo.
- Neshwaaaaan! - Grida qualcuno.
Lui ricambia con un cenno della mano e un sorriso.
- La senti questa? Questa è come un dinosauro che arriva!
Mette una mano ad artiglio e comincia a mimare la camminata di un dinosauro.
- Dinosaur in inglese, dinosaur in arabo…com’è in italiano?
- Dinosauro…
- Ah ah ah! Le lingue si somigliano tutte!
- Beh…più o meno…
- Ah no! Io sono convinto di questo! Senti senti! Questa è Judgement Day! Yawm al qiyama!!!
A parte tutto Neshwan conosce più parole inglesi di molti professori universitari, riesce persino a fare delle piccole frasi miste arabo-inglese che però sono perfettamente comprensibili…
Dopo un ottimo pranzo che ovviamente gli offriamo, invece di accompagnarci a casa comincia a portarci in giro per le strade senza meta.
Ad un incrocio un bambino che vende bottiglie d’acqua con un’espressione triste ci chiede se ne vogliamo una. Neshwan gli urla “Hard Style!!! Dj Neswuan!!!” alza il volume e comincia a fare il dinosauro. Il bimbo ride. Un sorriso bellissimo.
- Questa – ed alza la mano ad artiglio sopra la sua testa – è come un fuoco. Il fuoco che scende dal Cielo e spazza via tutto!
Quando dallo stereo si sente un suono elettronico come di un’esplosione, lui affonda l’artiglio contro il parabrezza, rovescia gli occhi all’indietro e contorce la faccia in un’espressione di dolore.
Avanti e indietro per la città, il sole comincia a tramontare dietro le montagne aride, ammantando la moschea del rais in una luce arancione che la foschia e lo smog diffondono ovunque, conferendole una consistenza lattiginosa.
- Che bella giornata, la temperatura è ok, il traffico è ok. Tutto bene. Questa qui, questa è un angelo. Un angelo che scende dal cielo. Conosci gli angeli? Hai una fidanzata? Se ce l’hai, immagina che sia un angelo.
Incantato dalla vista della moschea lascia il volante, e comincia a mimare di filmare la scena.
- Questo è un film dove tu ti ricordi della tua fidanzata. Lei adesso è un angelo che arriva e tu piangi perché ti manca.
Neshwan sembra voler svegliare la sonnacchiosa Sanaa, fatta di donne velate di nero, di macerie e spazzatura, di storpi, di bambini mocciolosi e lerci, di religiosi sussiegosi, di bigotti e di vecchi rugosi e inturbantati che osservano la strada con espressione indifferente, la jambiyya che spicca sulle loro pance di vecchi.
- Hard Style!!! – e si picchia sulla gola emettendo quel suono soffocato.
Ci porta per strade deserte chiedendoci di tradurre parole in italiano, arabo e inglese. Si esalta perché un dj che ha fatto un disco che si chiama “Rivoluzione” usa lo pseudonimo di “Punk ribelle”: - Il bello dei soprannomi è questo. Che possono essere meglio dei nomi!!!- Ride di gusto.
- Lo sai com’è “revolution”, “thawra” in italiano?
- Rivoluzione.
- Quello è il mio sogno. La rivoluzione! La rivoluzione!
E’ bello ascoltare i deliri religiosi di Neshwan sollecitati dalla musica a tutto volume: - Questa musica mi fa sognare, posso immaginare qualsiasi cosa! - Il suo dabab sembra un microcosmo completamente separato dal resto del mondo. Un’astronave comandata da un pazzo che fa ridere la gente. Ha un’immaginazione infinita, non fa che descrivere scene di demoni, di fine del mondo, di giorno del giudizio, di angeli bellissimi che piangono di dolore. Fa il dinosauro, sogna la rivoluzione. Quando torniamo in centro vediamo ancora dei manifestanti in giro. Neshwan ci chiede se conosciamo “Tune up”, quando gli diciamo di no ce la fa sentire, poi ci saluta calorosamente con dei gran sorrisi. Scendiamo davanti casa.

Un cartello mostra la parola “Gaza” grondante sangue, sotto c’è la foto di un bambino con del sangue che gli esce dagli occhi.

Wajdi al ahdal

L’altro giorno io e un amico abbiamo incontrato lo scrittore yemenita Wajdi al ahdal, autore di un romanzo di satira sociale intitolato “il filosofo della quarantena”. Nel suo libro i protagonisti sono dei vermi che vivono in un cimitero da qualche parte in un Paese produttore di petrolio…
L’ appuntamento era per le 16.00 vicino al centro di cultura tradizionale yemenita, da lì ci avrebbe accompagnato ad una casa editrice dove io e Francesco speravamo di trovare dei libri di autori contemporanei da portare in Italia.
Contrariamente all’abitudine di questo Paese Wajdi è arrivato in perfetto orario, vestito con un sobrio completo blu, camicia bianca, senza cravatta; in mano una valigetta in pelle che avremmo scoperto essere piena di libri portati apposta per noi. Già il fatto di essere vestito all’occidentale, invece di portare la tradizionale jallaba bianca, la cintura dorata con la jambiyya, la giacca e il turbante in testa, significa una scelta precisa. Wajdi è molto critico verso il proprio Paese, pur amandolo profondamente, e probabilmente è proprio perché lo ama che non risparmia il suo tagliente sarcasmo verso usi e costumi locali:
- wajdi, è pieno di corvi…
- dove, in cielo o sulla terra? - Ovviamente riferendosi alle donne celate sotto i loro niqab neri…
Wajdi corrisponde abbastanza al tipo dell’intellettuale arabo: piccolo di statura, di corporatura minuta, con un viso paffutello, due corti baffetti neri sul labbro superiore, gli occhi un po’ obliqui che luccicano quando ride. Le sue mani curatissime, morbide, con le unghie pulite mi fanno pensare che probabilmente non fa mai lavori manuali. Mentre cammina sembra un po’ impacciato, chiaramente si tratta di una persona timida, ma nel momento in cui facciamo per attraversare la strada e come al solito qualcuno vuole tirarci sotto, mi accorgo che lui invece di correre si ferma e aspetta che l’autista rallenti. Mentre camminiamo gli chiedo cosa pensa di Muhammad Abd al Wali (l’autore che intendo tradurre per la mia tesi): - è il più grande autore Yemenita – dice – è stato il primo a scrivere romanzi non solo per divertire, ma con uno scopo artistico. – A questo punto gli chiedo come mai non riesco a trovare i suoi libri da nessuna parte, e se per caso questo sia legato al fatto che Abd al wali era inviso al governo. – Chiaramente era inviso al governo. Lui era comunista. E’ morto nell’esplosione di un aereo. Assassinato.
Arriviamo alla casa editrice. Si tratta di un piccolo palazzo dai muri gialli, sul citofono non ci sono scritte. Wajdi suona il campanello quattro o cinque volte, poi risponde una voce: - Chi è?
- Sono io, Wajdi. Wajdi al ahdal.
Aprono. Attraversiamo uno stretto corridoio all’aperto, pieno di polvere, che dà su una porta gialla come l’intonaco delle pareti. Entriamo e saliamo una piccola scala impolverata, contro il muro sono accatastati scatoloni e risme di carta. Veniamo ricevuti all’interno di un piccolo ufficio buio. Un uomo con un paio di occhiali fumé sta seduto dall’altra parte della scrivania, ci accoglie calorosamente. Gli spieghiamo il motivo della nostra visita e gli chiediamo se può fornirci alcune opere; a questo punto veniamo ricondotti sotto per cercare nel magazzino. Il magazzino consiste in un paio di stanzoni pieni di terra, dove sono ammucchiati altri scatoloni, risme di carta e libri. Ci mettiamo a cercare ma i libri non sono in ordine alfabetico né in qualsiasi altro ordine concepibile da mente umana, così ben presto la ricerca si rivela un buco nell’acqua. Ci dicono che un certo M. lavora lì e conosce il posto di ogni libro a memoria. Ci sembra l’ennesima leggenda, ma d’altra parte non abbiamo altra alternativa che tornare un’altra volta, così ce ne andiamo.
Wajdi ci propone di andare a prendere un tè, saliamo su uno degli innumerevoli dabab di Sanaa e scendiamo ad Hadda, uno dei quartieri più ricchi della città. Entriamo in una sorta di galleria/centro commerciale all’occidentale, con pareti in finto marmo e ascensori a vista. Due enormi lampadari dal gusto kitsch pendono dal soffitto.
Wajdi ci racconta che una delle persone che abbiamo salutato alla casa editrice era un membro del parlamento, e che anche lui lavora per il governo al ministero della cultura. Mentre parla tira fuori il mucchio di libri dalla valigetta: tra autori morti e viventi ci tiene a mostrarci una raccolta di racconti di fantascienza, l’unica di uno scrittore yemenita, e una piccola antologia che dice di aver reperito con difficoltà al Cairo. Ci dice che molti dei più grandi scrittori dello Yemen sono ormai dimenticati dalla gente, che quando un titolo finisce nei negozi non viene più ristampato, e così è facile per molti cadere nell’oblio. Ci spiega che in questo Paese si può scrivere in relativa libertà, perché tanto la gente non legge. Preferisce masticare Qat. Lui d’altra parte non ne fa uso e non fuma: un’altra posizione contro corrente. Poi cambia argomento: – Qui non è come in Egitto, dove gli intellettuali vivono nella paura del governo e della censura, però, come in tutti i Paesi arabi, il governo cerca di comprare gli intellettuali e gli scrittori. – Francesco gli domanda perché non pensa di andare da un’altra parte, dove le sue idee possano raggiungere un numero maggiore di persone, visto che qui una tiratura di 500 copie è considerata alta dal momento che i libri restano ad ammuffire nei magazzini. Wajdi scuote la testa, arrossisce e si stringe nelle spalle. Ci dice che non ama viaggiare. Francesco cerca di insistere ma lui si limita a scuotere la testa. Dice che sta bene qui. Scherza: - sono laureato in geografia ma non amo viaggiare. –
Ci alziamo per andare via, raggiungiamo la strada, lo ringraziamo e ci salutiamo. Lui si gira, e coi suoi passetti corti sparisce tra i clacson e lo smog di Sanaa.

al 'aqil

Allora, oggi vorrei presentarvi l'aqil, un uomo che ricopre la carica di notabile all'interno di un quartiere di Sanaa.
Figura affascinante che coincide grossomodo al capo tribale di origine beduina, essendo colui che risolve contenziosi tra gli abitanti del quartiere e dispensa beni e protezione achi si affida a lui.
L'ufficio del nostro si trova dirimpetto Bab al yemen, l'entrata principale dellacittà vecchia, domina la piazza dall'alto del suo mafraj, (letteralmente luogo dove ci si rilassa). Il suo ufficio è distaccato dal mafraj ma si distingue ben poco dallo stesso visto che in entrambe le stanze ci sono materassi e cuscini in abbondanza per lui e per gli ospiti, dove ci si siede a masticare enormi quantità di qat. In linea di massima si chiacchiera del più e del meno, con lunghi momenti di silenzio tra un argomento e l'altro visto che il qat alla lunga provoca un effetto di alienazione, difatti tutti gli uomini che lo masticano hanno gli occhi lucidi, lo sguardo spento e fonademntalmnte non capiscono una mazza. In queste circostanze si riescono a fare chiacchierate lunghissime solo ripetendosi a vicenda la parola tammam (bene, tutto bene), pollice all'insù e un bel sorrisone.
Mi ha divertito il fatto che all'interno del suo ufficio ci siano foto segaletiche di terroristi, perchè non penso proprio che possa avere la presenza di spirito per prendere provvedimenti nel caso ne avvistasse uno. L'aqil è un gran bevitore di alcoolici, negli ultimi due giorni non fa che parlare della safina (nave) che trasporta alcoolici ai tipi dell'ambasciata e favoleggia immaginando di bere dell'ottimo whisky scozzese al posto di quell'intruglio che si produce a Gibuti.. Quando parla di quest'argomento fa un bel sorrisone, scoprendo le foglioline di qat tritate che gli riempiono la bocca impastate con acqua e mandorle bofonchiando "whisky tammam"...E' molto pigro, come tutti i masticatori di qat d'altra parte, e anche quando parla sembra che debba compiereuno sforzo mostruoso, prima emette un grugnito, poi fa esplodere una-due parole della frase e chiude con un altro grugnito..
E' molto gentile sotto certi punti di vista, spende e spande senza ritegno un po' er gentilezza un po' perchè il suo ruolo glielo impone. Un aneddoto divertente (premettendo che Sanaa è un immondezzaio) è che una sera ci ha offerto dei succhi di frutta; dopo che abbiamo finito di bere andiamo verso l'unico secchio della piazza di bab al yemen per buttare le lattine, torniamo da lui che ci guarda con gli occhi sbarrati e fa: "perchè siete andati fin lì" (erano tipo tre metri) "butti per terra, tranquillo"!! Ad ogni modo ha anche caratteristiche più nobili, tipo il fatto che si sia fermato alla terza elementare, ma parla e legge bene in arabo classico, oltre a conoscere bene la storia di Sanaa antica e dei suoi abitanti. Stasera ci trasferiremo nella casa che ci ha procurato perchè "italiani tammam" "voi siete come figli, tammam? Tammam. E domani mastichiamo. in sha allah" così ha detto l'aqil.
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