domenica 11 gennaio 2009

Wajdi al ahdal

L’altro giorno io e un amico abbiamo incontrato lo scrittore yemenita Wajdi al ahdal, autore di un romanzo di satira sociale intitolato “il filosofo della quarantena”. Nel suo libro i protagonisti sono dei vermi che vivono in un cimitero da qualche parte in un Paese produttore di petrolio…
L’ appuntamento era per le 16.00 vicino al centro di cultura tradizionale yemenita, da lì ci avrebbe accompagnato ad una casa editrice dove io e Francesco speravamo di trovare dei libri di autori contemporanei da portare in Italia.
Contrariamente all’abitudine di questo Paese Wajdi è arrivato in perfetto orario, vestito con un sobrio completo blu, camicia bianca, senza cravatta; in mano una valigetta in pelle che avremmo scoperto essere piena di libri portati apposta per noi. Già il fatto di essere vestito all’occidentale, invece di portare la tradizionale jallaba bianca, la cintura dorata con la jambiyya, la giacca e il turbante in testa, significa una scelta precisa. Wajdi è molto critico verso il proprio Paese, pur amandolo profondamente, e probabilmente è proprio perché lo ama che non risparmia il suo tagliente sarcasmo verso usi e costumi locali:
- wajdi, è pieno di corvi…
- dove, in cielo o sulla terra? - Ovviamente riferendosi alle donne celate sotto i loro niqab neri…
Wajdi corrisponde abbastanza al tipo dell’intellettuale arabo: piccolo di statura, di corporatura minuta, con un viso paffutello, due corti baffetti neri sul labbro superiore, gli occhi un po’ obliqui che luccicano quando ride. Le sue mani curatissime, morbide, con le unghie pulite mi fanno pensare che probabilmente non fa mai lavori manuali. Mentre cammina sembra un po’ impacciato, chiaramente si tratta di una persona timida, ma nel momento in cui facciamo per attraversare la strada e come al solito qualcuno vuole tirarci sotto, mi accorgo che lui invece di correre si ferma e aspetta che l’autista rallenti. Mentre camminiamo gli chiedo cosa pensa di Muhammad Abd al Wali (l’autore che intendo tradurre per la mia tesi): - è il più grande autore Yemenita – dice – è stato il primo a scrivere romanzi non solo per divertire, ma con uno scopo artistico. – A questo punto gli chiedo come mai non riesco a trovare i suoi libri da nessuna parte, e se per caso questo sia legato al fatto che Abd al wali era inviso al governo. – Chiaramente era inviso al governo. Lui era comunista. E’ morto nell’esplosione di un aereo. Assassinato.
Arriviamo alla casa editrice. Si tratta di un piccolo palazzo dai muri gialli, sul citofono non ci sono scritte. Wajdi suona il campanello quattro o cinque volte, poi risponde una voce: - Chi è?
- Sono io, Wajdi. Wajdi al ahdal.
Aprono. Attraversiamo uno stretto corridoio all’aperto, pieno di polvere, che dà su una porta gialla come l’intonaco delle pareti. Entriamo e saliamo una piccola scala impolverata, contro il muro sono accatastati scatoloni e risme di carta. Veniamo ricevuti all’interno di un piccolo ufficio buio. Un uomo con un paio di occhiali fumé sta seduto dall’altra parte della scrivania, ci accoglie calorosamente. Gli spieghiamo il motivo della nostra visita e gli chiediamo se può fornirci alcune opere; a questo punto veniamo ricondotti sotto per cercare nel magazzino. Il magazzino consiste in un paio di stanzoni pieni di terra, dove sono ammucchiati altri scatoloni, risme di carta e libri. Ci mettiamo a cercare ma i libri non sono in ordine alfabetico né in qualsiasi altro ordine concepibile da mente umana, così ben presto la ricerca si rivela un buco nell’acqua. Ci dicono che un certo M. lavora lì e conosce il posto di ogni libro a memoria. Ci sembra l’ennesima leggenda, ma d’altra parte non abbiamo altra alternativa che tornare un’altra volta, così ce ne andiamo.
Wajdi ci propone di andare a prendere un tè, saliamo su uno degli innumerevoli dabab di Sanaa e scendiamo ad Hadda, uno dei quartieri più ricchi della città. Entriamo in una sorta di galleria/centro commerciale all’occidentale, con pareti in finto marmo e ascensori a vista. Due enormi lampadari dal gusto kitsch pendono dal soffitto.
Wajdi ci racconta che una delle persone che abbiamo salutato alla casa editrice era un membro del parlamento, e che anche lui lavora per il governo al ministero della cultura. Mentre parla tira fuori il mucchio di libri dalla valigetta: tra autori morti e viventi ci tiene a mostrarci una raccolta di racconti di fantascienza, l’unica di uno scrittore yemenita, e una piccola antologia che dice di aver reperito con difficoltà al Cairo. Ci dice che molti dei più grandi scrittori dello Yemen sono ormai dimenticati dalla gente, che quando un titolo finisce nei negozi non viene più ristampato, e così è facile per molti cadere nell’oblio. Ci spiega che in questo Paese si può scrivere in relativa libertà, perché tanto la gente non legge. Preferisce masticare Qat. Lui d’altra parte non ne fa uso e non fuma: un’altra posizione contro corrente. Poi cambia argomento: – Qui non è come in Egitto, dove gli intellettuali vivono nella paura del governo e della censura, però, come in tutti i Paesi arabi, il governo cerca di comprare gli intellettuali e gli scrittori. – Francesco gli domanda perché non pensa di andare da un’altra parte, dove le sue idee possano raggiungere un numero maggiore di persone, visto che qui una tiratura di 500 copie è considerata alta dal momento che i libri restano ad ammuffire nei magazzini. Wajdi scuote la testa, arrossisce e si stringe nelle spalle. Ci dice che non ama viaggiare. Francesco cerca di insistere ma lui si limita a scuotere la testa. Dice che sta bene qui. Scherza: - sono laureato in geografia ma non amo viaggiare. –
Ci alziamo per andare via, raggiungiamo la strada, lo ringraziamo e ci salutiamo. Lui si gira, e coi suoi passetti corti sparisce tra i clacson e lo smog di Sanaa.

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